Il complesso del Canopo, uno degli edifici più noti di Villa Adriana è formato da un lungo bacino d’acqua detto Euripo, in fondo al quale è l’edificio vero e proprio, il cosiddetto Serapeo.
Il nome Canopo deriva dalla celebre descrizione dell’Historia Augusta, che assieme al Pecile e Liceo di Atene cita Canopo (sul Nilo) come luoghi che ispirarono l’imperatore quando progettò e costruì gli edifici della sua villa tiburtina.
Il Canopo è inserito in un percorso scenografico riservato agli ospiti illustri che venivano invitati dall’imperatore Adriano ai sontuosi banchetti di stato da lui organizzati nel Serapeo, che era uno spettacolare triclinio estivo.
Percorrendo l’Anello basolato, che costeggia in basso il Pecile, si arrivava allo scalone monumentale che sale a Vestibolo e da lì si raggiungeva il Canopo.

Per prima cosa si incontrava il lungo bacino d’acqua dell’Euripo, una vasca rettangolare lunga 111,20 m e larga 18,60 m (cioè 150 x 25 piedi romani). Era arrotondata ad una estremità e fiancheggiata da pergolati sostenuti da piccole colonnine, a lato dei quali si sono rinvenute aiuole con vasi perforati che contenevano le piante ornamentali.
In fondo all’Euripo si vede il Serapeo, del quale rimane parte della grandiosa cupola a spicchi che copriva la sala triclinare, dotata di un letto in muratura (stibadio) dove si sdraiavano i commensali.
L’imperatore, invece, trovava posto all’interno del cosiddetto Antro, un lungo ambiente sopraelevato che si addentra nella collina ed aveva la stessa funzione e posizione di un palco reale a teatro: migliore visibilità e migliore acustica
Il Canopo è stato scavato a partire dal Cinquecento da Pirro Ligorio, al quale si deve tale identificazione con il Canopo dell’Historia Augusta; nel Settecento, sono state trovate sculture di soggetto egizio in marmo nero, di cui abbiamo parlato in altre occasioni.
Gli scavi sono continuati nei secoli successivi e si sono sempre concentrati sull’edificio del Serapeo, perché si cercavano sculture e marmi preziosi. Solo alcuni studiosi francesi come Sortais fecero qualche sondaggio nell’Euripo, senza trovare nulla.
Fra il 1951 ed il 1955 invece, si decise di scavare proprio l’Euripo, dove si sapeva dell’esistenza del lungo bacino d’acqua perché era stato disegnato nelle piante antiquarie di Contini nel 1668 e di Piranesi nel 1781.
Lo scavo fu condotto da Salvatore Aurigemma che asportò ben quattro metri di riempimento di terra, grazie ad un sistema di carrelli su rotaia che facilitarono l’enorme sterro. mise in luce la grande vasca dell’Euripo, che un tempo era completamente rivestita di marmo bianco, al pari degli altri bacini d’acqua della Villa come il Pecile e le vasche termali.
Trovò due basamenti quadrati alle due estremità del bacino, sui quali si pensa fossero sistemati i gruppi statuari di Scilla rinvenuti in frammenti. Completò lo sterro del Serapeo e ne ricostruì l’impianto idrico con fontane e giochi d’acqua.
La scoperta più clamorosa fu quella delle copie delle Cariatidi dell’Eretteo, che egli rinvenne sul fondo dell’Euripo dove erano state gettate nella tarda antichità dopo averlo spogliato dei suoi marmi.
Assieme alle Cariatidi trovò due statue di Sileni canefori, chiamati così perché invece di un capitello sorreggono sulla testa un cesto di frutta.
Il rinvenimento fu clamoroso ed avvenne negli stessi anni in cui nella Grotta di Tiberio nella villa imperiale di Sperlonga furono scoperte le grandi sculture di Ulisse che acceca Polifemo.
In entrambi i casi l’attenzione e le pubblicazioni degli studiosi si concentrarono sulle sculture, trascurando l’architettura. Gli scavi sono poco documentate, nulla si sa della stratigrafia. Aurigemma adoperò le migliaia di frammenti di marmi preziosi rinvenuti durante lo scavo per pavimentare gli ambienti dell’Antiquarium.
Le statue originali sono nell’Antiquarium della Villa, quelle all’esterno sono delle copie moderne.
Le quattro statue riproducono fedelmente le celebri Cariatidi dell’Eretteo dell’Acropoli di Atene. Essendo meglio conservate hanno permesso di ricostruire le parti mancanti degli originali ateniesi, che hanno perso le braccia e sono state corrose dagli agenti atmosferici.
Le Cariatidi di Villa Adriana tengono con la mano destra una patera (recipiente per i sacrifici), mentre con la sinistra sollevano un lembo del mantello. Il capitello sulla testa e i particolari della capigliatura sono identici, come pure i panneggi degli abiti.
Adriano sistemò le copie delle Cariatidi nella sua Villa per ricordare la Grecia e implicitamente il loro mito legato all’albero del noce e indirettamente ai culti di Diana e di Dioniso, dio dei banchetti ed al vino.
Le Cariatidi sono anche un modo per riallacciarsi a Augusto, del quale Adriano si proponeva come ideale continuatore e fondatore di una nuova età dell’Oro. Infatti nel Foro di Augusto a Roma vi erano altre copie delle Cariatidi, che oggi sono conservate nel Museo dei Mercati di Traiano.
Altri frammenti di Cariatidi sono stati rinvenuti a Pozzuoli nel Rione Terra, ma non è stato possibile attribuirle ad un edificio in particolare; si trovano nel Museo del Castello di Baia.